Vorrei condividere alcune riflessioni nate durante il mio percorso professionale sul tema delle certificazioni dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), riflessioni che, a mio parere, possono estendersi anche ad altre etichette diagnostiche attribuite ai bambini.
Mi domando perché oggi si tenda sempre più ad affrontare le difficoltà di apprendimento attraverso un approccio clinico, relegando in secondo piano quello pedagogico, educativo e didattico.
Mi chiedo inoltre quali vantaggi comporti questa continua misurazione quantitativa dell’errore e perché tanti bambini, pur avendo buone capacità cognitive, facciano fatica ad acquisire competenze di base come leggere, scrivere e calcolare.
La Legge 170/2010 è nata con l’intento importante di tutelare il diritto allo studio e favorire il successo scolastico dei bambini in difficoltà. Tuttavia, negli anni, l’aumento delle diagnosi DSA è stato enorme, al punto da sollevare interrogativi anche da parte dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza.
A mio parere, il problema nasce anche dal fatto che si è progressivamente sostituita la parola “difficoltà” con la parola “disturbo”.
La difficoltà può essere transitoria, influenzata dal contesto, dalle esperienze educative, dalle fragilità emotive o dalle opportunità ricevute. Il disturbo, invece, rimanda a una condizione neurobiologica stabile e innata.
Eppure, ad oggi, non esistono cause biologiche certe e definitive capaci di spiegare molte di queste difficoltà.
Il rischio è quello di patologizzare il bambino, deresponsabilizzando il contesto che lo circonda.
Famiglia e scuola finiscono spesso per sentirsi esonerate dal proprio ruolo educativo, come se tutto dipendesse esclusivamente dalle caratteristiche individuali del bambino.
Ho incontrato molti insegnanti in difficoltà sul piano etico, non sempre convinti di alcune diagnosi, ma costretti ad adeguarsi. Allo stesso tempo, ho conosciuto genitori e docenti che, grazie al dubbio e al senso critico, hanno saputo guardare oltre la certificazione, aiutando il bambino a sviluppare competenze reali.
I test diagnostici utilizzati si basano prevalentemente su criteri quantitativi: velocità, numero di errori, prestazioni standardizzate. Spesso però non considerano elementi fondamentali come ansia, paure, blocchi emotivi, lacune pregresse o qualità delle esperienze educative ricevute. Danno quasi per scontato che il bambino abbia avuto adeguate opportunità di apprendimento.
Questi strumenti fotografano ciò che il bambino sa fare in quel momento, ma non il suo potenziale ancora inespresso. Cronometrano la velocità di lettura senza considerare, ad esempio, la capacità di autocorrezione o i miglioramenti possibili attraverso un accompagnamento educativo adeguato.
L’apprendimento, infatti, non è una conquista spontanea e individuale: è un processo relazionale e collettivo, profondamente influenzato dall’ambiente, dalla qualità delle relazioni, dal tempo e dalla guida dell’adulto.
Oggi però anche la scuola è sempre più schiacciata dall’urgenza della prestazione e della velocità. Questa corsa continua rischia di togliere ai bambini il tempo necessario per concentrarsi, consolidare, ripetere, maturare sicurezza.
Mi colpisce inoltre come, sempre più spesso, si tenda a dispensare il bambino dalla scrittura, dalla lettura, dal calcolo o dalla memorizzazione attraverso strumenti compensativi e dispensativi che rischiano di sostituirsi al pensiero invece di sostenerlo.
Nel tempo ho osservato che alcuni bambini sviluppano una vera dipendenza da questi strumenti, indebolendo autonomia, motivazione e fiducia nelle proprie capacità.
La fatica dell’apprendere, che oggi molti adulti cercano di evitare ai bambini, è invece una componente essenziale della crescita. È proprio attraversando difficoltà, tentativi ed errori che il bambino costruisce autostima, perseveranza e competenze durature.
Le fragilità emotive di cui tanto si parla nascono anche da qui: da adulti che faticano a sostenere la frustrazione del bambino e che, nel tentativo di proteggerlo da ogni sforzo, finiscono involontariamente per trasmettergli l’idea di non essere capace.
L’apprendimento è un processo dinamico che richiede tempo, esercizio, costanza e relazioni significative. Attraverso il sintomo, spesso, il bambino ci sta comunicando qualcosa che andrebbe ascoltato e compreso nel suo contesto, non semplicemente cristallizzato in una categoria diagnostica.
È quindi illogico pensare che bambini molto diversi tra loro, con storie familiari, emotive e scolastiche differenti, possano ricevere tutti lo stesso tipo di intervento.
Anche il lavoro clinico dovrebbe integrarsi maggiormente con quello pedagogico ed educativo. Chi valuta un bambino dovrebbe conoscere non solo i test, ma anche le modalità di insegnamento ricevute, le difficoltà incontrate nel percorso scolastico e il contesto relazionale in cui il bambino vive.
Desiderio e fatica nell’apprendimento non sono opposti. Come nello sport un gesto si acquisisce attraverso allenamento e ripetizione, così leggere, scrivere e calcolare richiedono esercizio, perseveranza e tempo.
Per questo credo sia urgente ridare valore alle competenze pedagogiche, educative e psicologiche degli adulti, aiutando le famiglie a leggere le fragilità dei figli non come etichette, ma come possibilità di crescita.
Il desiderio di apprendere nasce molto prima della scuola: nasce nello sguardo dell’adulto, nella fiducia, nell’incoraggiamento, nella capacità di riconoscere ogni piccola conquista.
Anche la scuola deve tornare a credere profondamente nel proprio potenziale educativo, superando una visione esclusivamente organicista che rischia di impoverire il suo ruolo formativo.
Perché ogni bambino possiede capacità sommerse che meritano tempo, fiducia e adulti capaci di aiutarlo a scoprirle.
A cura di: Dott.ssa Michela Maddalena Capasso, logopedista
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